sabato 12 gennaio 2008

CONVENZIONE EUROPEA SUL PAESAGGIO E ALFABETI ECOLOGICI

CONVENZIONE EUROPEA DEL PAESAGGIO E ALFABETI ECOLOGICI
di Angelo Marino

1 - UNA SVOLTA EPOCALE – Lo straordinario interesse per i temi della natura e del territorio, indotti soprattutto dalle attuali emergenze ambientali, è un fenomeno di questi ultimi anni che non ha predecenti nella storia della cultura occidentale. È a partire dagli ultimissimi decenni che i temi della natura in generale e dei luoghi del vivere in particolare hanno subito un’improvvisa quanto imprevista valorizzazione, anche in un’ottica economica. Sotto forma di ecologia e di paesaggismo, di educazione all’ambiente e di filosofia della terra o geofilosofia, i temi della natura e della cultura, identificata quest’ultima con i valori del paesaggio, hanno aperto un capitolo nuovo alla riflessione contemporanea e ridisegnato un nuovo orizzonte concettuale al sapere tradizionale e agli specifici ambiti disciplinari. La loro rilevanza in termini di sostenibilità e di tenuta dei sistemi di supporto alla vita ha determinato una straordinaria convergenza di studi sulle scienze della terra e uno «spostamento del concetto di paesaggio nello spazio fisiognomico» (Luisa Bonesio, Paesaggio, identità e comunità tra locale e globale, Diabasis, Reggio Emilia 2007, p. 161. Da qui a seguire, tutte le citazioni contrassegnate dai numeri di pagina sono tratte da questo libro), entrambi di portata epistemologica.
La necessità di ancorare il senso del nostro esistere e ogni possibilità di futuro, nostro e degli altri sistemi viventi, sui valori certi e condivisi della Terra come «orizzonte imprescindibile di senso» (p. 10), persino di rifondare su di essa i grandi archetipi (il bene, il male), sta determinando un radicale ripensamento dei luoghi e dei modi del nostro vivere e del nostro abitare. Si potrebbe parlare, se l’immagine non fosse abusata, di una nuova “rivoluzione copernicana”, di portata analoga a quella inaugurata dalla nascita della scienza moderna e dalla filosofia illuministica e kantiana: una vera e propria svolta epocale, destinata ad avere, a nostro avviso, effetti di così lunga e vasta portata da determinare radicali cambiamenti negli statuti e nei contenuti dei saperi tradizionali e un ri-orientamento altrettanto radicale del pensiero riflessivo.

2 - IL NUOVO CONCETTO DI PAESAGGIO – Ad essere mutata è l’idea stessa di “paesaggio”, tradizionalmente identificata con quella di bellezza panoramica: solo in questi ultimi decenni essa è passata «da una concezione soggettivistico-rappresentativa, in cui l’individuo appare come detentore solitario di percezioni e sensazioni relative al paesaggio e manifesta un gusto incomunicabile e umbratile, alla condivisione di un luogo di vita e di cultura» (p. 8-9). La Convenzione europea del paesaggio, di cui diremo in seguito, rivoluziona questa vecchia “convenzione” o «contrattualità solitaria», come la definisce Luisa Bonesio, che abbiamo ereditato dal passato, sostituendola con un’altra forma di contrattualità: quella della «partecipazione e corresponsabilità democratica nella cura e nella progettazione del luogo, nella ri-assunzione di una consapevole produzione sociale e simbolica del paesaggio» (p. 131). Questo passaggio è fondamentale. Come scrive Alberto Magnaghi, fondatore della “Scuola territorialista” in architettura, «i caratteri peculiari, che definiscono l’identità di un luogo, rappresentano le risorse potenziali di uno sviluppo originale e durevole, “trattando” in modo integrato l’insieme delle attività che concorrono a definirne i caratteri: produttive, insediative, ambientali, culturali, sociali» (p. 180).
«Finalmente, scrive la Bonesio, si riconosce al paesaggio un proprio spessore ontologico, e si apre la possibilità di considerarlo, in quanto totalità espressiva, come un ambito di interpretazione. L’aspetto estetico del paesaggio [nel quale la precedente “convenzione” faceva consistere il valore e lo stesso significato di paesaggio] è la forma in cui si trasfigurano innumerevoli dinamiche di formazione [i modi di coltivare e di produrre, l’appropriazione e la ripartizione dei terreni, la trama viatoria, le modalità e le forme costruttive, le ritualizzazioni degli spazi, ecc.] e geomorfologiche. In un certo senso, esso è lo strato più superficiale, quello visibile, il quale però rimanda ai vari gradi ed estensioni di invisibilità (o non immediata visibilità), di ordine naturale, culturale, storico e simbolico» (p. 161).
I rischi connessi al tipo di sviluppo innescato dalla rivoluzione scientifica furono preavvertiti assai per tempo. Come scrive la Bonesio, «la questione del paesaggio [ma lo stesso discorso vale anche per l’ambiente] si è imposta alla cultura europea a livello di massa a partire dagli inizi dell’epoca industriale, quando si cominciò a percepire che ciò che era rimasto stabile per secoli iniziava a muoversi e a sgretolarsi, e che i paesaggi appena “scoperti” erano già in via di cancellarsi […]» (p. 206).
I cambiamenti climatici hanno fatto crescere questa consapevolezza. Al presente essa ratifica la fine di un mito, decreta il duplice fallimento della cultura prometeica occidentale: quello di considerare la natura come una fonte inesauribile, e quindi illimitata, di materie prime da prelevare (e il nostro pianeta in grado di sopportare tutto, dagli esperimenti atomici nell’atmosfera al prelievo illimitato di fonti di energia non rinnovabili); e quello di soggiogare l’intero spazio alla logica astrattamente omologante della razionalità modernista e fordista e di cancellare così dalla faccia del pianeta le miriadi di «biografie territoriali» con la loro straordinaria vitalità, diversità e ricchezza.

3 - LE COLPE DELL’OCCIDENTE – La colpa storica dell’Occidente non è solo quella di avere sperperato immensi patrimoni di conoscenza e di saggezza “popolare”, perseverando su questi errori e portandoli fino alle estreme conseguenze, ma anche (o forse soprattutto) quella di averli esportati come modelli seriali di comportamenti e stili di vita individuali e collettivi nel resto del mondo. Il modello occidentale si è infatti imposto dovunque, non solo a livello culturale ed esistenziale, ma anche come modello tecnologico ed economico, vivendo “a spese del futuro” (Vandana Shiva) e considerando il pianeta una fonte di risorse inesauribili.
C’è dunque un immenso lavoro da fare. Il recupero della saggezza premoderna non può che essere lento e graduale, ma improcrastinabile. È una strada segnata: la sola in grado di ristabilire il giusto rapporto uomo-natura non può che ri-partire dall’Occidente, che per primo l’ha smarrita spezzando quell’antica alleanza e operando quella «vera e propria secessione dalla terra e dai luoghi» (p. 163), che ha contrassegnato la modernità. Il ristabilimento del corretto rapporto con la natura dovrà essere preceduto, dove c’è bisogno, dalla riappropriazione dei luoghi di memoria da parte delle comunità “espropriate”: come scrive la Bonesio, l’«attività di ricostituzione dei fili interrotti della memoria locale e territoriale, [non può] non passare attraverso l’educazione, la trasmissione di consapevolezza e di saperi, la condivisione del valore fondativo dell’identità paesaggistica rispetto alla possibilità di una comunità stabile, esperta delle possibilità e dei limiti consentiti dal luogo, in grado di costruire sempre più finemente la sua identità culturale a partire dalla sua appartenenza al luogo condiviso che la ospita» (p. 203).
Ambiente e paesaggio, natura e cultura, si situano, come meglio vedremo fra poco, su piani concettuali diversi, ma all’interno dello stesso orizzonte di senso, essendo entrambe contrassegnate, ovunque e in ogni epoca storica, dalla presenza o dall’azione diretta e indiretta dell’uomo: l’una in quanto «gioca il ruolo di sostrato, interlocutrice, alleata o nemica, ma sempre nella preliminare apertura di senso propria ad ogni civiltà (come “paesaggio materno” della cultura, secondo Spengler)» (p. 160); l’altra in quanto «prodotto della storia insediativa delle comunità umane» (D. Luciani).

4 - DUE DOCUMENTI DI ALTO PROFILO – Per contribuire a diffondere la coscienza ecologica e paesaggistica, ma anche per fare quella chiarezza di cui oggi c’è assoluto bisogno su entrambi i fronti, sono stati recentemente prodotti due documenti di straordinario spessore culturale e ideale, oltre che pedagogico: la Convenzione Europea del Paesaggio, nota anche come Convenzione di Firenze, promossa dal Consiglio d’Europa e ratificata nell’ottobre del 2000 da un gran numero di paesi europei, e gli Alfabeti Ecologici, un testo elaborato di recente da un gruppo di «saggi» costituito dal Sottosegretario di Stato Laura Marchetti presso il Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare.
Ma prima di entrare nel merito dei due documenti, e per meglio focalizzare i loro intenti, vanno dissipati parecchi equivoci che continuano ad avvolgere i concetti di natura e di paesaggio dicendo subito che sono concetti sostanzialmente diversi, anche se non antitetici. E questo per evitare di ricadere nelle stesse aporie e carenze teoretiche che sono all’origine di un lungo fraintendimento, non solo a livello di opinione pubblica, ma anche epistemologico, prima ancora che legislativo.
Il libro di Luisa Bonesio, che abbiamo citato all’inizio, è forse lo strumento critico meno aggirabile per fare piena chiarezza sulla genealogia e sugli estesi effetti di questo lungo equivoco, e per consentirci di tematizzare in modo corretto il concetto di paesaggio all’interno della questione ecologica.

5 - UNA FONDAMENTALE DISTINZIONE CONCETTUALE – Il paesaggio è un luogo di memoria geograficamente circoscritto, ma al tempo stesso un’apertura al mondo. La natura è invece «un insieme di oggetti, costruzioni, manufatti alla cui comprensione è rilevante la dimensione storica, ma non la collocazione geografica» (p. 74). Questa fondamentale distinzione può essere declinata in vari altri modi: lo spazio è un concetto di ordine generale e quantitativo, “bianco, astratto e vuoto”; il luogo è un concetto qualitativo e individuato, concreto e relazionale – un sostrato culturale identitario dotato di confini certi. La natura «definisce il quadro all’interno del quale agiscono le possibilità di modellamento paesaggistico» (p. 72); il paesaggio, in quanto forma creata dall’uomo, «ha una struttura di senso e un valore espressivo, le cui differenze permettono di discernere i tratti essenziali delle culture soprattutto in relazione alla natura» (p. 72). La natura è essenzialmente immagine, in essa «si dà l’immediata coincidenza di profondità e superficie di un cristallo» (p. 161); il paesaggio è forma, impronta o conio in cui si esprime, come scrive J. Michelet, una realtà «arricchita ed estesa anche al di là di ciò che si vede con gli occhi» (nota 56 di p. 188): il paessaggio è quindi ciò che, guidati da analogie significative, riusciamo a vedere “con la mente”. La natura è sempre un ambiente, come «un accostamento di alberi e colline, corsi d’acqua e pietre» (p. 64, citaz. da G. Simmel); il paesaggio è una forma culturale in cui si esprime (e si riconosce) quella che Spengler chiamava «l’anima di una civiltà» (p. 64). La natura è un «palinsesto temporale», una struttura modellata da eventi geologici e meteorologici che trascendono i tempi e le intenzioni dell’uomo; il paesaggio è sempre «la fisionomia di una civiltà» (p. 161). E così di seguito.
L’ecologia e la geofilosofia hanno molto contribuito, lo ripetiamo, a riconcettualizzare i temi dell’ambiente e del paesaggio. Crediamo che la definizione di Wilhelm Dilthey relativa alla storia possa essere asssunta anche per il paesaggio, essendo sia l’una che l’altro creazioni dell’uomo: il paesaggio, come la storia, è il luogo in cui si deposita nel tempo tutto ciò che, di razionale e non, le generazioni degli uomini hanno prodotto mettendo a frutto la loro intelligenza, il loro lavoro, la loro volontà, i loro sentimenti, la loro immaginazione. Pur facendo proprie le argomentazioni di Kant, Dilthey va oltre Kant, a cui rimprovera di avere affidato l’intero compito conoscitivo al solo pensiero razionale «che divide, analizza, separa, mentre la vita fluisce e sente». Possiamo anche aggiungere, sulla scia di Dilthey, che, a differenza della natura, alla cui conoscenza si accede attraverso l’esperienza esterna e col metodo della spiegazione (ossia attivando prevalentemente le facoltà razionali, che separano e analizzano), alla conoscenza dei luoghi si accede attivando il metodo della comprensione, che si realizza attraverso l’immedesimazione e la coincidenza interna tra soggetto (uomo) e oggetto (natura). E questo perché il paesaggio è la costruzione lenta e straficata di una comunità: «Come un linguaggio, ha scritto J. B. Jackson, un paesaggio avrà origini oscure, indecifrabili, come un linguaggio è la lenta creazione di tutti gli elementi della società» (p. 162).
La ricontestualizzazione dei due termini, paesaggio e natura, si rende necessaria anche perché, se da un lato consente di individuare i caratteri di espressività del primo, in quanto «natura che si è fatta storia» (R. Assunto), dall’altro si presta anche a ri-definire il concetto di natura, per meglio agire razionalmente nella comprensione e gestione dei fenomeni. Ed è grazie a questa distinzione che diventa possibile riconoscere al paesaggio un proprio spessore ontologico.
Risale a Herbert Lehmann, ricorda la Bonesio, «l’accoglimento, nella disciplina geografica, dell’idea di espressività del paesaggio e il tentativo pionieristico di avviare un’interpretazione tra le prospettive della filosofia e della geografia, delineando il progetto di un’ermeneutica del paesaggio che si sta dispiegando nelle sue potenzialità teoriche solo ai nostri giorni» (p. 99). Ma va riconosciuto all’italiano Rosario Assunto, ricorda ancora la Bonesio, il merito di avere svolto «un ruolo unico nel campo della ricerca teorica sul paesaggio del secondo dopoguerra» (p. 99). E lo ha fatto allargando, con la sua monumentale opera, i confini e le impostazioni accademiche di una tradizione del paesaggio assai povera di strumenti teorici e rendendolo definitivamente inassimilabile all’idea di natura o ambiente con cui quasi fino ad oggi continua ad essere confuso.

6 - UNA CONFUSIONE DAGLI EFFETTI PARADOSSALI – La perdurante cultura che assimila a tutti i livelli natura e paesaggio, nonché muoversi in sintonia con le attuali spinte centrifughe e universalistiche in direzione della cancellazione dei luoghi di significanza e la «proliferazione metastatica dei nonluoghi» (p. 134), ingenera sul piano epistemologico confusioni dagli effetti a dir poco paradossali: filosofi e storici della cultura, per esempio, continuano ancor oggi a guardare con «gli occhi dell’altroieri» sia l’una che l’altro e, di conseguenza, ad investire di valenza ermeneutica non il paesaggio ma la natura tout court. Questo fino al punto che non pochi di essi continuano a credere, sulle orme di Schelling, che «ciò che noi chiamiamo Natura è un poema di cui la meravigliosa e misteriosa scrittura resta per noi indecifrabile» (p. 35).
Sulla scia di siffatti retaggi e suggestioni del passato, che tuttora esercitano un grande fascino, si passa purtroppo agli errori veri e propri, di cui la cultura immessa nei circuiti scolastici costituisce forse il campionario più esteso e meno noto. Nella manualistica scolastica – filosofica, scientifica e letteraria – circolano, infatti, senza trovare significativi ostacoli molte idee che ricalcano più o meno fedelmente gli archetipi di cui sopra: a) la storia vista come totalità che pianifica i tempi e i luoghi, perché s’interessa solo dei grandi avvenimenti legati agli stati-nazione e trascura i microcosmi delle memorie comunitarie, venendo meno in questo modo alla sua «primitiva vocazione educativa»; b) la ragione ridotta a funzione astratta che proietta il mondo nell’«universalità vuota dello spazio newtoniano» (p. 166), considerandolo «un’inerte estensione priva di propria legalità e ordine: quella res extensa cartesianamente intesa come cieca quantità materiale, sottoposta al volere del soggetto pensante e misuratore, dal quale sarà sistematicamente sfruttata, violata e perseguitata al fine di estorcerne, con la violenza, segreti e risorse» (p. 17); o, viceversa, la ragione che vede la natura come un’entità ineffabile e misteriosa o, addirittura, «mitologica e rischiosa»1 (G. Vattimo) – e questo a dispetto delle evidenze scientifiche di questi ultimi decenni, secondo cui di misterioso in natura (beninteso limitatamente al campo dei fenomeni, ossia di ciò che appare) non c’è proprio nulla; c) la tecnologia vista sia come risorsa dell’uomo prometeico capace di addomesticare e razionalizzare la natura secondo i propri fini, sia come panacea di tutti i mali, compresi quelli da essa stessa prodotti, grazie alla quale egli è in grado di riprodurre a suo piacimento gli ambienti naturali – depredati, degradati e resi invivibili – nella serialità illimitata degli spazi virtuali (ancora Vattimo)2; d) l’estetica che vede il paesaggio come «cosa del passato», oggetto di vagheggiamenti nostalgici, o come «meta di svago, fuggevole consolazione estetica e rigenerazione salutistica» e, comunque, «come il fuori dalla fatica quotidiana, il riposo e la gioia della domenica, che trova il suo culmine nel [dipinto] Déjuneur sur l’herbe di Manet» e in quello di Seurat Un dimanche d’été à la Grande-Jatte (p. 164). L’elenco potrebbe continuare a lungo.

7 - GLI EFFETTI PIÙ PERNICIOSI – Gli effetti più perniciosi dell’assimilazione del paesaggio alla natura sono riscontrabili nei vari modi in cui quest’ultima viene, tuttora, concepita: come entità selvaggia, secondo il cliché romantico, dalla quale occorre prendere le distanze «temendola come luogo del pericolo, dell’ignoto, del numinoso…» (p. 35); come pura percezione estetica del soggetto contemplante, al quale la tecnologia consente oggi di assumere la collocazione prospettica più idonea (l’aereo, la vetta, lo scorcio panoramico) per meglio goderla come oggetto estetico (ma, al tempo stesso, per tenerla «a distanza di sicurezza»); come entità da soggiogare, proprio per il suo essere altro da noi (per la sua «abissale alterità», p. 34), agli imperativi produttivi dell’economia industriale sotto la spinta faustiana al dominio del mondo; o come oggetto di sfida superomistica, conquista dell’inaccessibile e superamento del limite: in questo caso si scala l’Everest «non per la vista che può offrire, ma per il record che […] consente di raggiungere» (p. 35).
Ma ad essere falsata, per effetto del logorato rapporto uomo-natura, è qualsiasi pratica esplorativa (dall’alpinismo, al turismo), che diventa un’attività «dettata in ultima analisi dal bisogno dell’uomo di riconoscere e sottomettere con la propria presenza fisica qualunque angolo, qualunque anfratto, qualunque minima o enorme protuberanza o cavità di questa crosta terrestre su cui siamo chiamati a vivere» (p. 35). Anche le forme del sapere e della cultura tradiscono questa ambiguità di fondo. Come scriveva Ernst Jünger ancora nella prima metà del secolo scorso, «La biblioteca, non è per lui [per l’uomo tecnologico] il luogo delle Muse, ma uno spazio di lavoro, completo di arredo tecnico. Trascura di onorare i morti, ma va a frugare dentro alle tombe più antiche» (p. 35).
Ma l’effetto più durevolmente negativo di questi fraintendimenti si ha sul piano epistemologico. In particolare, nel ritardo con cui l’accezione di paesaggio, come luogo simbolico prima ancora che estetico, è stata acquisita dagli studiosi e dal senso comune. A questo proposito scrive la Bonesio: «La riduzione del concetto di paesaggio a quello di ambiente naturale […] ha lasciato il tema del paesaggio in una sorta di terra di nessuno, in un limbo concettuale in cui esso ha finito per essere sempre più identificato esclusivamente con la dimensione umbratile e soggettiva della percezione individuale del sembiante di un luogo, oppure con le salienze, i punti di esemplarità appartenenti al museo immaginario della cultura: le colline toscane, le Dolomiti, la campagna romana, la laguna di Venezia, il golfo di Napoli…» (p. 74).
Le battaglie ecologiste hanno preso le mosse da questo capovolgimento metonimico del rapporto paesaggio-natura; in molti casi sono nate in absentia di ogni nozione di paesaggio come luogo del vissuto da parte degli ecologisti, che si sono mobilitati più sotto la spinta dei guasti osservati nell’ambiente, per effetto della tecnoeconomia globalizzatrice, che da quelli da essa prodotti sui singoli paesaggi, sui loro delicati equilibri e sul loro irrecuperabile patrimonio di memoria. Tanto è vero che, «quando un’industrializzazione senza regole e una funzionalizzazione senza riserve del territorio hanno cominciato a fare sentire i loro effetti devastanti, le battaglie ambientaliste si sono mobilitate, giustamente, contro le ricadute devastanti sull’ambiente, l’avvelenamento di acque e suoli, la compromissione degli equilibri idrogeologici, il dissesto dei terreni... [Questo ha fatto sì che] la posta in gioco delle battaglie ecologiste [sia stata] la “natura”, il cosiddetto “ambiente”, concepito correttamente nei termini di approcci scientifici olistici, ma quasi mai come complesso di fenomeni dotati di valenze estetiche, né come sostrato di un paesaggio ormai più ampiamente culturale: tant’è che l’ecologia non parla di specificità dei luoghi, se non come biotopi, né di paesaggio, come se la natura si desse astrattamente e non in precise situazioni spaziotemporali» (pp. 74-75).

8 - PRIMA IL LOCALE – La naturale ricomposizione dei due termini, per un corretto approccio alla questione ambientale nel suo complesso, passa dunque attraverso la rilocalizzazione delle procedure: ogni intervento sul globale non può che partire dal locale; la salvaguardia, la gestione e la pianificazione del paesaggio, nella sequenza letterale indicata dalla Convenzione di Firenze, restituiscono unità e totalità di senso al paesaggio e sono la precondizione di ogni battaglia ambientalista. E questo perché, come scrive la Bonesio, «la natura si manifesta sempre in precise situazioni localizzate […]» (p. 74); «Un locale “autosostenibile, che recupera e valorizza la propria identità territoriale e si immette in una rete virtuosa di realtà omologhe e rispettose della propria e dell’altrui identità è la vera alternativa teorica, strategica, etica ed economica alla violenza deculturante della mondializzazione» (p. 214).
Solo se ripensati in questa prospettiva, che capovolge la precedente, natura e paesaggio convivono come unica realtà senza scissioni: «La scoperta della seconda metà del XX secolo dei limiti di sostenibilità coincide con la consapevolezza che la Terra non è lo spazio anodino e universale, ma, come scrive Berque, “un insieme singolare di luoghi singolari”. In effetti è la logica della singolarità, dello specifico locale, che appartiene nondimeno a un tessuto totale e interconnesso, a rendere possibile pensare senza scissioni la “natura” e i “paesaggi” come Terra, fatta di localizzazioni, di contorni, di orizzonti e articolazioni…Contrariamente ai Tempi Moderni, il paesaggio – sensibile, singolare, husserliano – non deve più compensare, in modo antitetico, l’ambiente – fattuale, universale, galileiano. Entrambi partecipano di uno stesso milieu: la Terra, riconosciuta come realtà sensibile per il fatto che ne conosciamo meglio la realtà fattuale. […] Da allora smettono di divergere l’ecologia e la simbolicità che la modernità aveva dissociato» (p. 77).

9 - LA CONVENZIONE EUROPEA DEL PAESAGGIO (2000) – In questi corretti termini natura e paesaggio sono recepiti dalla Convenzione europea del paesaggio del Consiglio d’Europa. Tenendo conto dei testi giuridici esistenti in materia a livello internazionale4, essa ha tradotto questi indirizzi teorici in «disposizioni generali», con efficacia giuridica e operativa per l’intero territorio europeo. Si tratta di disposizioni, come opportunamente sottolinea Riccardo Priore3 nel suo “Estratto”, destinate «a dare senso e pregnanza istituzionale ad un processo trasformativo, che, esprimendosi in termini metaforici, Paolo Castelnovi riferisce efficacemente all’applicazione di energie ad una materia inerte». L’obiettivo concreto di questo importante documento è di impegnare gli Stati firmatari a «realizzare un'unione più stretta fra i suoi membri, per salvaguardare e promuovere gli ideali e i principi che sono il loro patrimonio comune».
Limitatamente al nostro tema, le innovazioni più rilevanti introdotte dalla Convenzione sul paesaggio riguardano: a) Il riconoscimento del suo valore simbolico e culturale, a prescindere dalla sua qualità estetica: la Convenzione riconosce infatti che ogni cultura nasce dai luoghi e ne costituisce, assieme alla lingua, il patrimonio identitario; anche se non tutti i paesaggi posseggono le stesse qualità estetiche, tutti sono ugualmente meritevoli di tutela e miglioramento; per questa ragione, il concetto di paesaggio, prima vincolato ai soli luoghi “eccezionali” – considerati solo per questo meritevoli di salvaguardia e gestione – viene ora esteso a tutti i luoghi della vita quotidiana e della produzione («…il paesaggio è in ogni luogo un elemento importante della qualità della vita delle popolazioni nelle aree urbane e nelle campagne, nei territori degradati, come in quelli di grande qualità, nelle zone considerate eccezionali, come in quelle della vita quotidiana»: ogni paesaggio, infatti, «concorre all'elaborazione delle culture locali e rappresenta una componente fondamentale del patrimonio culturale e naturale dell'Europa, contribuendo così al benessere e alla soddisfazione degli esseri umani e al consolidamento dell'identità europea».); b) La corresponsabilizzazione nella gestione del paesaggio di una pluralità di soggetti: in quanto fondamento dell’identità di ogni comunità, alla salvaguardia, alla gestione e alla pianificazione del paesaggio sono chiamati a contribuire tutti i soggetti interessati; i cinque comportamenti descritti nell’Articolo 5, scrive Priore, «sono concepiti per essere realizzati in maniera concomitante, secondo la sequenza letterale che li ordina: A - Sensibilizzazione; B - Formazione ed educazione; C - Identificazione e qualificazione»; il compito che ogni Parte si assume è quello di avviare procedure di partecipazione delle popolazioni interessate, delle autorità locali e regionali e degli altri soggetti coinvolti nella definizione e nella realizzazione delle politiche paesaggistiche atte a migliorarne la qualità di vita; dato il carattere essenzialmente culturale del paesaggio, ad essere chiamata direttamente in causa è l’istituzione scolastica (entriamo così nel merito dell’Articolo 6); gli insegnanti scolastici e universitari, «nell'ambito delle rispettive discipline, dei valori connessi con il paesaggio e delle questioni riguardanti la sua salvaguardia, la sua gestione e la sua pianificazione», sono chiamati a svolgere un ruolo di comprimari in questo processo di educazione e formazione della società civile, conformemente all'articolo 5 che stabilisce la “ripartizione delle competenze”; non solo, ma ai fini di una migliore conoscenza dei paesaggi, gli insegnanti di ogni ordine e grado sono chiamati a svolgere un’attività di identificazione e qualificazione degli stessi, «ad analizzarne le caratteristiche, nonché le dinamiche e le pressioni che li modificano»; c) La comprensione e la gestione del paesaggio come interazione multidisciplinare e sintesi dei vari saperi: come scrive Priore, il paesaggio «non è un accatastamento di cose, un semplice contenitore. Gli oggetti compongono un tutto e si valorizzano a vicenda per le relazioni che instaurano tra loro e non per vicendevole sovrapposizione. Per questa ragione, è importante che i contributi analitici dei diversi specialisti chiamati a collaborare possano essere confrontati ed integrarsi nel corso dell’intero processo»; la conoscenza e la comprensione del paesaggio è il risultato di una sintesi di «sguardi differenti»; per realizzare questa sintesi, sottolinea Priore, «è urgente ripensare i processi di educazione e formazione affinché le popolazioni apprendano (o ri-apprendano) a riconoscere e godere la bellezza dei paesaggi; ma anche ad individuare e rifiutare la bruttezza imposta attraverso decisioni indifferenti alla dimensione paesaggistica del loro abitare».

10 - L’ARTICOLO 6 DELLA CONVENZIONE – Crediamo di interpretare correttamente l’Articolo 6 della Convenzione (definito da Riccardo Priore «una delle disposizioni più importanti della Convenzione», perché mette in dialogo e in sinergia poteri, saperi, esperienze e competenze diverse) se stabiliamo precisi collegamenti tra quest’ultimo punto e quanto abbiamo detto all’inizio: «i processi di educazione e formazione», cui fa riferimento Priore, chiamano direttamente in causa la scuola come istituzione più di ogni altra vocata ad aprire un confronto con soggetti diversi e/o nuovi, o finora non abbastanza coinvolti. Essendo in gioco valori fondativi di identità culturali e orientativi di politiche paesaggistiche nuove, si rende necessaria la creazione di numerose e ricorsive occasioni di confronto e dialogo, in modo che le scelte si radichino in un humus comune e i contenuti di queste scelte, più che impartiti, siano costruiti e testimoniati.
Se è vero che «il paesaggio non è mai un dato», come scrive Priore, e che alla sua comprensione si accede attraverso «sguardi differenti» che «instaurano col progetto rapporti carichi d’ambiguità e di interrogazioni, destinati a scardinare ogni pretesa di oggettività e neutralità nei riconoscimenti di valore…», spetta in primis alla scuola, nei diversi ordini e gradi, promuovere la cultura della partecipazione per individuare percorsi unitari e condivisi al fine di dare risposte univoche, e non affastellate e frammentarie, a “ciò che vogliono” i luoghi e le popolazioni che li abitano. Questo favorirebbe la ricostituzione dei legami spezzati o indeboliti tra le diverse anime delle comunità e il rafforzamento del rapporto dei cittadini con i loro ambienti di vita.
L’attenzione al locale e al territorio, nel rispetto e nella valorizzazione delle differenze (e quindi dell’essere rispetto all’omologazione e all’avere), consentono di attingere a esperienze e saperi per loro natura diversi, ma capaci di divenire complementari e di alimentarsi a vicenda, modi di pensare e stili di vita realmente alternativi rispetto a quelli attualmente in essere nella scuola e nella società.

11 - GLI ALFABETI ECOLOGICI (2007) – Questo documento si propone come un vero e proprio «Manifesto per l’educazione ambientale». Esso è stato promosso, su iniziativa del Sottosegretario di Stato Laura Marchetti, dal Ministero dell’Ambiente e della tutela del mare e del territorio in collaborazione con il Ministero della Pubblica Istruzione, «con l’obiettivo di elaborare proposte, iniziative e sperimentazioni per un nuovo modo di fare educazione ambientale a scuola». Il paesaggio, come ha osservato la stessa Marchetti (che ha le deleghe sulla tutela del paesaggio e sull’Educazione ambientale), «andrebbe sottratto a quella esclusiva visione di “pregio” che, per certi versi, connota ancora l’impostazione dei Beni Culturali, e restituito a una visione complessa capace di tutelarne gli aspetti “minori”, anche quelli che non corrispondono ad un canone tradizionale di godimento e di bellezza, ma che hanno a che fare con la sicurezza, la sobrietà nell’uso delle risorse, la rispondenza al “genius loci”: la mente locale, il gesto antropologico umano che elabora, organizza e costruisce nel rispetto del conteso comunitario e degli equilibri naturali». Su questi concetti, come si è già visto, si è a lungo soffermata Luisa Bonesio nel suo ultimo libro.
Anche per gli Alfabeti Ecologici l’educazione ambientale inizia dai luoghi. Sono, infatti, i luoghi dell’abitare a subire per primi gli effetti nefasti dell’abbandono e del degrado culturale: «La non leggibilità del proprio territorio è responsabile oggi di un nuovo spaesamento che lacera la percezione dello spazio e provoca la disabitudine alla relazione performativa con la natura. Avanza lo spazio distrutto, ma anche lo spazio anonimo e sempre più artificializzato […]. Il danno prodotto al paesaggio non è un danno prodotto ad un “ambiente”, ad un mero sfondo. Il danno al paesaggio è un danno irreversibile prodotto al soggetto». L’educazione ambientale deve quindi partire dai luoghi: «Parliamo ai ragazzi attraverso i luoghi. Primo quello di Korokocho, la grande discarica umana al centro di Nairobi, una città fatta su una montagna di rifiuti in cui vivono quasi tre milioni di rifiuti umani, cifre di quello che, come denuncia l’ultimo rapporto dell’ONU, sarà fra meno di cinquant’anni lo scenario di tutta l’Africa». Ma i luoghi dove il degrado è più grave sono anche «le periferie delle nostre città, gli alveari di cemento, gli enormi ipermercati incapsulati o incastonati l’uno nell’altro e affiancati ciascuno da grandi pattumiere, in cui sciamano folle di aspiranti consumatori: veri e propri non-luoghi, templi sacralizzati dall’urbanesimo di una cattiva modernità in cui svaniscono le relazioni di vicinato, il legame solidaristico si allenta in un progressivo deterioramento dei mondi vitali interni come dei luoghi comunitari». È qui che bisogna portare in visite guidate i nostri ragazzi, «non solo nei parchi e nei musei della nostra bella nazione».
Dai luoghi particolari lo scenario della desolazione si allarga fino a comprendere i mari, le montagne, i deserti: «Facciamo capire che scarseggia l’acqua, che il suolo geme per l’illegalità, i rifiuti, il cemento, che il carico complessivo delle attività produttive e degli stili di vita stanno producendo la sparizione progressiva di migliaia di specie di piante e di animali, il degrado forse irreversibile delle foreste e delle zone umide, la perdita della biodiversità e, con essa, di tutta la bellezza, la potenza e ricchezza della vita. Facciamogli insomma comprendere quanto è radicale la crisi e come, alle soglie del Terzo Millennio, l’umanità si trovi ormai ad un bivio».

12 - LA SCUOLA DEL FUTURO – Anche negli Alfabeti Ecologici, come nella Convenzione del paesaggio, la sensibilizzazione ai valori dei luoghi e dell’ambiente s’inserisce in un processo educativo e formativo, dove la scuola svolge un ruolo essenziale. Così nel punto 2: «La Scuola è forse l’unica organizzazione sociale che ha il carico di guardare al futuro, pur avendo saldamente le basi e il cuore radicati al presente e pur avendo il compito di conservare il passato». Il ruolo fondamentale della scuola, richiamato dalla Convenzione (Articolo 6), è qui ripreso e puntualizzato più volte e con forza: alla scuola, come istituzione, vengono riconosciuti una responsabilità e un ruolo assolutamente preminenti e ineludibili, «un ruolo irrinunciabile di sperimentazione e di coordinamento, un ruolo fisicamente e simbolicamente legato all’identità e all’appartenenza. La Scuola, inoltre, almeno nell’idealtipo, trasforma il desiderio individuale della conoscenza in un bene condivisibile, in un bene comune». Ricostruire i tessuti lacerati dei territori rientra negli impegni programmatici di una scuola saldamente inserita nel territorio. Essa deve diventare una vera e propria comunità di ricerca, capace di realizzare occasioni per condividere conoscenze e abilità con i soggetti del territorio, in modo da costruire competenze ancorate alla cultura locale ma pronte a confrontarsi con le sfide globali in atto. La scuola del futuro (di un futuro prossimo) dovrà essere capace di creare presidi in grado di alimentare il circuito della conoscenza in senso spaziale e con continuità in senso temporale: dovrà essere «una scuola aperta al proprio interno, ossia capace di lavorare fra le classi, nei laboratori, sui nuovi saperi, incrementando spazi di innovazione, di ricerca, di pensiero critico e divergente; ma anche una scuola rivolta all’esterno, capace di stabilire continui interscambi con i luoghi formativi delle comunità, del territorio».

13 - IL DISINQUINAMENTO DELLE COSCIENZE INNANZITUTTO – Un’altra tesi centrale degli Alfabeti Ecologici è che il disinquinamento deve partire dal microcosmo dei luoghi. Ma, ancor prima, da noi stessi. E questo perché, come sostiene la Marchetti, «nell’epoca dell’inquinamento globale è proprio la mente ad essere la più inquinata. La polluzione atmosferica viene sovrastata dalla polluzione delle idee, l’invivibilità progressiva e la saturazione della biosfera, nonché la perdita della biodiversità di specie, vengono condizionate e amplificate dalla saturazione della semiosfera e dal venir meno di ogni culturale biodiversità. L’effetto più evidente è la standardizzazione dell’immaginario, quella che Serge Latouche denuncia come “macdonaldizzazione del mondo”, una uniformizzazione a livello planetario delle idee e dei linguaggi che, grazie anche alla efficienza e alla velocità della telecomunicazione globale, omologa non solo comportamenti e stili di vita ma anche sentimenti e passioni, modi di amare e di morire, di essere sani e di impazzire».
La «scuola del futuro» (punto 4) dovrà sviluppare un nuovo umanesimo, «un social humanisme, secondo la formula di Dewey, che sia anche un social-ecological-humanisme; un “bioumanesimo” che consideri “l’umanismo come naturalismo e il naturalismo come vero umanismo”, che cioè sappia ricomporre una visione integrata dell’uomo e del mondo in base alla quale l’uomo venga ad interpretarsi come soggetto interno e vitalmente collegato alla natura e apprenda altresì a “sentire” e ripensare il mondo nella continuità e nella causalità complessa che lega tutti gli esseri viventi». La scuola del futuro potrà in questo modo contribuire a riportare la nostra attenzione sui luoghi, a ritrovare le radici, «i saperi e i sapori della memoria […], salvare mondi scomparsi, narrazioni perdute, lingue tagliate. Deve sottrarle al rimpianto, portarle al futuro» (punto 11). Per promuovere una sensibilità e un pensiero autenticamente ecologici, fatto anche di sensibilità estetica e coscienza etica, essa dovrà anche proporsi come educazione naturale e «all’aria aperta», che usi parchi, giardini, piazze urbane e rurali come «aule didattiche e decentrate», secondo l’insegnamento di don Milani e Maria Montessori.

14 - CONCLUSIONE – I tre testi che abbiamo preso in esame (la Convenzione europea del paesaggio, gli Alfabeti ecologici e l’ultimo libro di Luisa Bonesio, che ci è servito da tramite per stabilire i possibili collegamenti tra i primi due), ci indicano chiaramente i percorsi da intraprendere per uscire dall’attuale impasse: «Ciò può avvenire, come scrive la Bonesio nella prima pagina del suo libro, soltanto a partire da un radicale ripensamento del Luogo, in quanto spazio non meramente astratto e geometrico, ma concreto lembo di terra, ogni volta singolare, qualificato dall’incontro tra natura e cultura e dalle loro stratificazioni storiche, nel convincimento che l’odierno galoppante processo di delocalizzazione non produce unicamente spaesamento, ma impedisce anche ogni possibilità di futuro soggiorno, senza del quale l’umanità è certamente destinata alla sparizione».
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mercoledì 9 gennaio 2008

CARTA DI ARENZANO

Il 29 aprile 2006 a Sant'Elpidio a Mare è stato presentato il Movimento ecosofico e civile “Per la terra e per l’uomo”, ispirato alla “Carta di Arenzano”, documento di principio in merito all'emergenza ecologica che era stato firmato, il 15 luglio 2001, dai più grandi poeti del mondo (da Derek Walcott a Seamus Heaney, ad Adonis, da Bei Dao a Mario Luzi, da Yves Bonnefoy ad Andrea Zanzotto, a John Ashbery, solo per nominarne qualcuno).All’evento intervennero due firmatari della “Carta”: Tahar Bekri e John Deane.L'originalità e la ragione più profonda del documento e della nascita del Movimento, stanno nel fatto che essi individuano nei poeti e nel loro pensiero i mediatori privilegiati di una proposta di senso globalmente condivisa e votata a un profondo significato ecosofico e civile.In sostanza, i promotori dell'iniziativa pensano che non soltanto sia possibile riformulare un'etica della terra, in vista dell'attuazione dei principi sui quali si fonda il cosiddetto sviluppo sostenibile, ma che sia necessario evidenziare l'orizzonte entro il quale questi principi trovano significato.Pensano che per cultura sia giusto intendere l'appartenenza a un insieme di significati e di costumi condivisi dalla comunità, e la conoscenza delle nozioni e delle azioni indispensabili al suo funzionamento armonico, anche in relazione a più ampi sistemi di significato, simbolici, religiosi, tradizionali, cosmici.
Pensano che la voce dei poeti, insieme a quella di tutti i soggetti coinvolti nel processo di ripensamento delle categorie antropologiche che definiscono il rapporto dialettico tra uomo e natura, possa contribuire all'aresto del processo di degradazione dell'ambiente, del paesaggio, della società.

CARTA di ARENZANO. DODICI TESI PER LA TERRA E PER L'UOMO

1. Il rapporto con la terra comporta anche responsabilità e doveri
2. La terra è così necessaria all'uomo come lo sono tutte le altre cose che egli apprezza per il loro valore intrinseco: l'arte, la filosofia, la poesia, la religione, la scienza, il teatro
3. Per abitare consapevolmente la terra occorre riconoscerne il valore di bene comune
4. Identificare e regolamentare i limiti delle applicazioni della tecnica è condizione necessaria per impedire che la terra sia trattata come un inerte sostrato di sfruttamento e manipolazione
5. Una parte significativa del senso della vita consiste nel fatto di trovare, esprimere e riconoscere la sua naturalità
6. La rottura dell'equilibrio naturale non è un problema che riguarda solo la natura, ma l'uomo
7. L'antropocentrismo, fenomeno che connota in profondità la civiltà occidentale degli ultimi secoli, è il responsabile principale della crisi ecologica. Il declino e quasi la scomparsa dello sguardo contemplativo rivolto al creato ha favorito l'alleanza, tendenzialmente suicida, di scienza ed economia nel segno della tecnica
8. La cancellazione dei tratti differenziali che distinguono un luogo da un altro non è un ineluttabile correlato dello sviluppo economico
9. La manipolazione della costituzione geografico-paesaggistica dei luoghi e il conseguente degrado ecologico ed estetico, comporta la perdita, incommensurabile, dei valori simbolici a esso correlati
10. Puntare ad una restaurazione di forme del passato o perseguire un ideale di armonia spontanea con la natura equivale a compiere un consolatorio salto fuori dal nostro orizzonte storico
11. Di fronte all'avanzamento del sincretismo planetario come dell'esasperazione delle logiche particolaristiche, nazionaliste, etniciste, è doveroso ritrovare e valorizzare le differenze e la logica del locale
12. La salvaguardia dei propri tratti singolari, se concepita nei termini di differenzialità e dialogo con l'altro, conduce a un effettivo pluralismo, molto più dell'utopia universalistica e generalizzante su cui si è edificata la modernità.


Luisa Bonesio e Massimo Morasso (il teorico e l'estensore della “Carta di Arenzano”)
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DECRESCITA FELICE

"Efficienza, qualità e risparmio" lo slogan per la vita umana. Obiettivi: "Mitigazione della povertà, mitigazione della ricchezza". Lo scrittore Maurizio Pallante eletto presidente.



Sono durati due giorni a Rimini i lavori dell'assemblea che il giorno 16 dicembre 2007 ha dato vita e struttura al Movimento per la Decrescita Felice (MDF).
La sua sede legale è a Refrontolo (Treviso), nella casa di proprietà di un socio ristrutturata con criteri della massima efficienza energetica e idrica, con un orto per autoproduzione coltivato biologicamente.



Il Movimento non aderisce ad alcun partito politico e non intende diventare partito politico, né partecipare a elezioni di alcun tipo, come precisa un articolo dello statuto. L'assemblea si è imposta di diffondere su tutto il territorio nazionale la propria azione di sensibilizzazione per una vita più sobria e più felice, che diminuisca i consumi e ritorni, laddove possibile, all'autoproduzione.
Decrescita è: valorizzare le attività e la produzione di beni che riducono l'impronta ecologica, diminuire i consumi di merci inutili e dannose. Questo il fine prioritario.



19 i componenti del Coordinamento: Maurizio Pallante è stato eletto all'unanimità presidente; Paolo Ermani vice presidente-segretario; tesoriere Arturo Federico; coordinatore dei Circoli territoriali è stato eletto Massimo De Maio; il giornalista Ignazio Maiorana responsabile della comunicazione, coadiuvato da Stefano Altemani.



Si sono formati sei Gruppi tematici i cui responsabili, tutti membri del Coordinamento, si sono già messi al lavoro lo stesso giorno dell'assemblea. Ecco i loro nomi: Marco Cedolin e Bruno Ricca (cultura), Nello De Padova e Valerio Pignatta (stili di vita), Marco Boschini, Barbara Martini e Irina Drigo (politica), Gianluigi Salvador ed Ermes Drigo (scienza e tecnologie), Emanuela Cavadini e Francesco Ermani (economia e lavoro), Mario Carini e Porzia Poli (decrescita e povertà).



Il MDF diffonderà via via la banca dati delle buone pratiche ed estenderà le iscrizioni a soci, sostenitori e simpatizzanti in tutta Italia dove si stanno già formando i Circoli Territoriali (chi è interessato ad aderire può consultare il sito).

"L'obiettivo a breve termine del Movimento - dichiara il presidente Maurizio Pallante - è quello di raggiungere e coinvolgere alcune migliaia di coscienze libere. Al centro dell'impegno del MDF un codice etico che può essere sposato dalla politica e il ruolo delle comunità dove lo scambio di beni avviene sulla base del dono e della reciprocità".



Ufficio stampa
(tel. 337 612566 - 340 4771387 - stampa@decrescitafelice.it )


Tante altre notizie su www.ariannaeditrice.it
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martedì 20 novembre 2007

Guida alla sopravvivenza. Imparare ad essere autosufficienti. Di Guido Dalla Casa

Non occorre una gran fantasia per rendersi conto che la civiltà industriale odierna, che vive sulla crescita e si basa su non-cicli, è un fenomeno impossibile sulla Terra.
La Natura si basa su cicli, questa civiltà si basa invece su “risorse” che si consumano e “rifiuti” che si accumulano; quindi non può durare a lungo. Dato il modo esponenziale con cui avanza e il suo grado di invasione del Pianeta, si può prevedere ormai prossimo l’inizio di quei fenomeni traumatici che ne segneranno la fine.
Le probabilità che il modello si modifichi gradualmente fino a raggiungere condizioni stabili, cioè fino ad ottenere una situazione stazionaria (che in economia viene chiamata crescita-zero) e a funzionare solo su cicli chiusi, sono molto scarse. L’avvicinamento esponenziale di questa civiltà ai limiti globali del sistema è ormai rapidissimo.
Sono passati più di dieci anni dall’ammonimento di U Thant alle Nazioni Unite (1) e dalla pubblicazione de I limiti dello sviluppo ma non si è fatto nulla per arrestare il processo: tutte le forze politiche continuano ad inneggiare allo “sviluppo” e la situazione si è ulteriormente aggravata.
Le proiezioni in avanti di una trentina d’anni di molti fenomeni oggi in corso danno risultati chiaramente paradossali; i consumi energetici che si dovrebbero avere sulla Terra sono palesemente incompatibili con le “risorse” ancora a disposizione, ma soprattutto con il funzionamento stesso del Pianeta.
C’è chi pensa che “c’è ancora molto petrolio sotto gli Oceani”. Se si trovasse ancora molto petrolio, sarebbe la peggiore delle sciagure. Già oggi muoiono centinaia di migliaia di esseri viventi a causa di questo liquido. Ogni tanto minuscoli trafiletti sui giornali danno notizia che centomila uccelli sono morti nel Mare del Nord per chiazze oleose vaganti. Non parliamo poi dei pesci, vengono uccisi in gran numero a causa del petrolio.
Eventuali nuovi ritrovamenti non farebbero che ritardare di poco il collasso, aggravando però di molto la situazione.
E’ la Vita che si distrugge. La civiltà industriale sta distruggendo la vita, come un male avanzante nel corpo cui appartiene. C’è da sperare che non si trovi più petrolio. Altrimenti sarebbe peggio. Non parliamo poi dei guai che si creano nell’atmosfera per la combustione di queste enormi quantità di combustibili fossili: le piogge acide sono in aumento ovunque. Anidride carbonica, ossidi di azoto e di zolfo vengono immessi nell’aria in quantità impressionanti. Tanti sono i fenomeni di questo tipo su scala mondiale: si è fatto solo qualche esempio.
Se il modello di oggi, che chiameremo civiltà industriale sempre-crescente, dovesse continuare, si avrebbero conseguenze disastrose: immense foreste scomparse, interi mari privi di vita, megalopoli mostruose, malattie mentali e criminalità ovunque.
Ci sono quindi molti motivi per ritenere che questi fenomeni si interromperanno prima, e questo può significare solo la fine traumatica di questa civiltà. E’ assai difficile immaginare cosa significhi in pratica, come è molto difficile comprendere quando sarà “il momento”: i segni premonitori ci sono già oggi, ma ne dovrebbero venire altri, più chiari. Anche se quasi nessuno li interpreterà in questo senso, perché nessun modello culturale umano è capace di concepire la propria fine. Si darà la colpa alle destre, alle sinistre, al capitale o al sindacato, agli imperialisti o agli egualitari, ai conservatori o ai progressisti, ma ben pochi percepiranno la sostanza del fenomeno, la fine di un modello di vita, quello industriale nato due secoli fa. Non si può interpretare questo collasso con motivazioni economiche, perché è la fine del concetto stesso di economia.
Tutto questo sembrerà a molti la fine del mondo: ma, per quanto si tratti di una cosa drammatica, sarà solo la fine di una forma di pensiero, dell’idea-guida che lo scopo dell’umanità sia l’incremento indefinito dei beni materiali, cioè l’idea-guida della civiltà industriale. Cosa intende infatti questo modello come “miglioramento”? L’aumento dell’avere, del reddito, degli oggetti.
A consolazione per questa prossima fine, che sarà traumatica per quasi tutti, salvo gli abitatori di qualche superstite foresta, ricordiamo che si accompagna a questa “crescita” anche l’aumento della criminalità, del consumo di farmaci di ogni tipo, delle malattie mentali.
Inoltre, facciamo un’altra considerazione: la catastrofe della nostra civiltà è l’unica speranza di sopravvivenza per molte altre culture umane, gli Indios dell’Amazzonia, i Papua della Nuova Guinea, le ultime tribù africane, oceaniane, asiatiche. Se il processo continua, non hanno alcuna speranza di sopravvivere: sarebbero distrutte e fagocitate, i loro componenti dovrebbero scegliere fra restare abbrutiti dagli alcolici o trascinare miseramente la propria esistenza come “sottoproletari” ai margini di quell’altra civiltà. La catastrofe di questo sistema è anche l’unica speranza di sopravvivenza per moltissime specie di esseri viventi, animali e vegetali. Quindi è una disgrazia solo per noi.
Ma torniamo ai fatti. Siamo tutti imbevuti, condizionati dal modo di vivere della civiltà industriale, e moltissimi non potranno sopportare nemmeno l’idea di vivere in un altro modello, non riescono neppure a concepirne la possibilità di esistenza. Ma c’è anche chi vuole comunque sopravvivere.
Negli Stati Uniti c’è stata una fioritura di associazioni e movimenti, ma soprattutto vendite di oggetti che riguardano la sopravvivenza. Quindi, grossi affari per qualcuno, secondo il classico stile di quella gente. Questi gruppi di persone vengono chiamati “survivalisti” (dall’inglese survival=sopravvivenza).
Di solito si preparano a maneggiare armi, ammassare provviste e scatolette in bunker, rifugi antiatomici, cantine. Al massimo si chiudono nelle loro palizzate, per difendere “la loro proprietà”. In complesso si tratta di prospettive molto squallide: viene da chiedersi se vale la pena di vivere come topi da fogna, pronti ad uccidere per non essere uccisi, tenendosi magari addosso la paura di morire di leucemia per le radiazioni, se si esce. Ma questo è il loro stile; e pensano di “ricominciare” come i pionieri, come i loro nonni.
Non è partendo dalle armi, dalla violenza o dai bunker che si può salvare una vita decente; inoltre l’idea di “ricominciare” è semplicemente una follia, perché vorrebbe dire riprodurre le condizioni che hanno causato il collasso.
In questo manuale si farà un’ipotesi diversa, basata su una sopravvivenza fisica iniziale, ma con la speranza di rinascere anche spiritualmente verso una forma di pensiero e di civiltà che abbia fondamenti filosofici diversi da quelli che sono stati alla base del modello fallito.
Qualunque comunità, qualunque modello culturale deve basarsi sull’equilibrio, sulla consapevolezza di far parte in tutto e per tutto di un’Entità più vasta, che chiameremo la Natura.
Lo scopo di questo manuale è di fornire una traccia, una debole guida verso quella che può essere una sopravvivenza fisica, psicologica e culturale; soprattutto una speranza di riuscire a sopravvivere al periodo di transizione, al periodo traumatico del collasso, e di fornire qualche indicazione per raggiungere una condizione più stabile e più serena. Per questo bisogna prepararsi, anche se le difficoltà di prevedere l’epoca e le modalità del cambio di modello rendono estremamente difficile intraprendere a tempo giusto azioni concrete.
Bisogna comunque essere pronti a cavarsela anche nei primi tempi, quando il supporto della cosiddetta “civiltà” – che è poi soltanto una civiltà fra le tante – i rifornimenti e la facilità di trasporti verranno a cessare, quando è molto probabile che lo sbandamento generale provochi la formazione di numerose bande di delinquenza spicciola vagante, quando bisognerà scegliere se entrare in competizione su questo piano, o ritirarsi in località meno turbolente, ma molto meno “comode”. Bisognerà riuscire a cavarsela con poco a disposizione, senza possibilità di comprare roba nei negozi, o rivolgersi ad altri per ogni occorrenza.
Bisognerà re-imparare rapidamente a vivere anche senza il panettiere, il lattaio, il negozio di vestiti. Trarre dal resto della Natura, ma in armonia con Essa, il necessario per vivere, e anche essere sufficientemente sereni.
Per rendere più variata l’esposizione, a volte ci si rivolgerà ai lettori come se si trovassero al tempo presente, altre volte come se stessero leggendo il manuale già in condizioni di sopravvivenza, dopo il cambio di modello culturale.
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(1)“Non vorrei sembrare troppo catastrofico, ma dalle informazioni di cui posso disporre come Segretario Generale si trae una sola conclusione: i Paesi membri dell’ONU hanno a disposizione a malapena dieci anni per accantonare le proprie dispute ed impegnarsi in un programma globale di arresto della corsa agli armamenti, di risanamento dell’ambiente, di controllo dell’esplosione demografica, orientando i propri sforzi verso la problematica dello sviluppo. In caso contrario, c’è da temere che i problemi menzionati avranno raggiunto, entro il prossimo decennio, dimensioni tali da porli al di fuori di ogni nostra capacità di controllo” (U Thant, 1969)


1. - Dove andare
“Rilievo e clima isolano le montagne: le comunicazioni sono più rare, più faticose, più pericolose e più spesso interrotte. Questo isolamento ha però spesso i suoi lati buoni. Nei periodi di incertezza le montagne hanno offerto rifugi sicuri a coloro che osavano stabilirvisi. E’ in questo modo che esse hanno acquisito gran parte delle loro popolazioni. Persino nelle montagne attraversate da grandi strade, battute da predoni e soldati, rimanevano vallate appartate e poco accessibili, alti versanti facili da sorvegliare e da difendere.
Nell’interno di questi rifugi ha potuto rafforzarsi il gusto della libertà, maturare l’esperienza dell’autonomia.
Rifugio di popolazioni, conservatrice di idee e tradizioni, la montagna ricorda le isole. In ambedue i casi non si è mai trattato, salvo rare eccezioni, di isolamento totale; in ambedue i casi l’isolamento relativo tuttavia è stato dei più efficaci, persino sulle montagne e sulle isole più vicine alla pianura o al continente.”
(da La Montagna, Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1962)

Facciamo un’ipotesi concreta sul prossimo futuro, una delle tante possibili.
In uno dei prossimi anni potrebbe succedere che:
Il prezzo del petrolio è aumentato ancora, gli Stati arabi del Medio Oriente sono in continua guerra fra loro, i governi cadono e cambiano. Lo stretto di Hormuz risulta infine chiuso per eventi bellici. Una superpotenza pensa di intervenire. In Europa c’è già il razionamento dei prodotti petroliferi. Ben pochi, soprattutto nelle città, sono in grado di passare l’inverno senza di essi. Le industrie sono costrette a ridimensionarsi o a fermarsi. Agitazioni, delinquenza, disoccupazione, prezzi altissimi peggiorano la situazione di mese in mese.
Nei deserti del Medio Oriente non c’è giorno senza guerra.
Nessuno vuole riconoscerlo, ma in realtà l’aumento continuo dei beni materiali, il cosiddetto sviluppo economico, è ormai alla fine.
L’inquinamento ha ridotto il Mediterraneo, il Mar del Giappone, il Mar Nero, il Baltico e gran parte dell’Atlantico a mari quasi privi di vita. Il pesce, ormai raro, ha prezzi altissimi. L’ideologia industriale è alle corde.
Finché una delle superpotenze, vedendo ormai prossimo il collasso, decide, come suo vecchio costume, di “estrarre per prima la pistola”.
Così un mattino ascoltate la notizia: New York e Mosca, Kiev e Detroit, Tokyo e Shanghai sono già un cumulo di rovine radioattive. Un fatto del genere è possibile anche per altre considerazioni: un modo con il quale l’Organismo Totale, cioè la Natura, può reagire all’attuale eccesso di popolazione umana con il minimo di distruzione per gli equilibri vitali è proprio quello di eliminare le grandi città, densissime di popolazione e di consumi e molto scarse di altre forme di vita.
L’Organismo reagisce eliminando i centri di concentrazione del suo male.
Quando una specie si moltiplica in modo abnorme arrecando danni di ogni genere all’Equilibrio Generale, la Natura, cioè la Mente Universale, fa nascere nei componenti di questa specie degli istinti suicidi. Il fenomeno si manifesta, ad esempio, nei lemmings e nelle locuste. Il modo in cui questi istinti suicidi possono manifestarsi in pratica nella specie umana è la guerra totale.
Ma ritorniamo alla nostra ipotesi:
Dopo la distruzione di alcune città, c’è una larva di mobilitazione generale, ma il buon senso di parecchi giovani fa sì che nelle caserme, invece di muoversi compatti verso un ipotetico “nemico della patria”, si senta vagamente che tutto questo non ha più senso e incominciano in pratica grossi ammutinamenti. I grandi sistemi di comunicazione e di rifornimento, i servizi, cominciano a collassare.
Nel giro di pochi giorni, o di poche ore, dovete decidere se affrontare questo mondo ormai in disordine, rischiando che l’atomica venga a far fuori anche qualche città italiana, o fuggire. Ma dove? E per quanto tempo?
I survivalisti americani si rintaneranno dentro i loro bunker, o dietro le loro palizzate, con le mitragliatrici e le scatolette, magari pensando a qualche vecchio film, ma tutto questo è soltanto squallido e folle.
E voi che farete? Molto dipenderà da dove vi trovate. Qualcuno penserà di raggiungere qualche località isolata, tagliata fuori o tagliabile da grosse vie di comunicazione, quindi sostanzialmente un ambiente non facile, secondo la mentalità di oggi, dove la gran parte delle persone non penserà di dirigersi perché di accesso difficile, o agevolmente isolabile.

In Italia, località simili possono trovarsi in montagna, sulle Alpi o sugli Appennini, o nelle isole minori. Pur facendo qualche accenno anche a soluzioni riguardanti le isole, ci si riferirà più in particolare alla fuga in località montane.
Sarebbe bene avere già un rifugio dove pensare di dirigersi, magari con qualche riparo, casa o capanna larvatamente abitabili.
Come località adatte si potrà scegliere:

- in località marina, qualche isola abbastanza piccola per non essere facilmente bersaglio di malintenzionati, e quindi così povera di “risorse” da non essere ambita per atti di pirateria, ma non troppo piccola e arida da non consentire alcuna forma di sopravvivenza a una comunità di almeno venti-venticinque persone.
E’ indispensabile che esista almeno una sorgente di acqua dolce o che le piogge vi siano sufficientemente frequenti da non rendere problematico l’approvvigionamento di una quantità minima di acqua. L’acqua è la base essenziale senza la quale non è possibile alcuna forma di sopravvivenza, anche se vi sono popolazioni che sono riuscite a vivere nel deserto del Sahara, in cui però avevano una perfetta conoscenza delle oasi e dei pochi pozzi.
Deve esserci un minimo di vegetazione, deve essere possibile allestire degli orti, il mare circostante deve essere sufficientemente pescoso. L’isoletta deve consentire l’allevamento di qualche animale, come capre, pecore, galline.

- in località montana, una conca, un alpeggio, una valle sufficientemente chiusa da tutti i lati, con un solo imbocco, agevole, e magari non troppo.
Se la zona non è nota, meglio ancora. Un segno che la località è abitabile in modo autonomo, è che sia stata abitata nel passato, o che lo sia ancora, magari da qualche anziano pastore, che però può diventare prezioso per consigli e per instaurare una reciproca collaborazione: chi arriva avrà bisogno di chi è sempre stato lassù. In questo caso inoltre ci sono già baite: anche se un po’ diroccate, si potranno rimettere in piedi.

Ricordatevi, per farvi forza, che un simile modo di vita autonomo è stato possibile per secoli sulle montagne, nelle campagne e sulle isole; è durato fino a non molti anni fa. Quindi, se avete impegno e siete forti spiritualmente, potete farcela anche voi.
Forse pensate che troppa gente vi salirà, e di tutti i tipi. Ma probabilmente non sarà così: chi è ormai visceralmente attaccato al suo mondo di oggetti e di simboli non salirà dove l’accesso è faticoso, quando le automobili non andranno più, e le funivie saranno fili inutili, buoni solo a deturpare la montagna. Preferiranno lottare a morte nelle pianure, nel vano tentativo di restare aggrappati alle “comodità”, per contendere agli altri con la violenza quel poco che sarà rimasto.

2. - Cosa portare con sé – Come cavarsela nei primi tempi
Premesse – Come costruire un rifugio – Il fuoco – L’acqua – Il cibo – La conservazione della carne – Come cucinare

3. - Principi di sopravvivenza indefinita

In un modello culturale umano è possibile sopravvivere a tempo indefinito solo se si tengono sempre presenti alcuni principi fondamentali, che discendono in sostanza dalla percezione completa e consapevole di essere parte di una Entità, di un Organismo più vasto, cioè della Natura. Siamo componenti di Qualcosa che ha leggi di funzionamento che non possono essere ignorate.
E’ la dimenticanza di questo fatto la causa del prossimo collasso dell’attuale modello culturale umano di derivazione europea.
Alcune filosofie orientali consideravano veri soltanto i processi che possono perpetuarsi senza limiti di tempo. Anche le comunità del futuro dovranno regolarsi in questo modo.
Vediamo qualcuno dei principi essenziali:

- Ogni territorio può sostenere come massimo un numero di persone determinato: se sono di più, non si può vivere in equilibrio, quindi la comunità non può durare. Le tensioni che ne segnerebbero la fine sono inevitabili. Per vedere quante persone possono vivere in un dato territorio si può, in prima approssimazione, contare quante capanne, o case, o baite, vi erano da secoli. Se il territorio era abitato lungo tutto l’arco dell’anno, si può avere un numero approssimato contando circa due o tre persone per casa preesistente. Se era abitato solo durante la stagione estiva, sarà bene ridurre il numero così ottenuto. In conclusione: la densità di popolazione umana in un dato territorio ha dei limiti massimi ben precisi.

- Non si può “buttare via” niente, perché ogni cosa è lì, e non scompare, se non rientra in un ciclo della Natura nelle giuste proporzioni.

- Ogni processo della comunità deve essere un ciclo chiuso che lascia inalterato l’ambiente, cioè il numero di specie viventi animali e vegetali deve restare circa costante. Le specie esistenti in natura in quel territorio erano le migliori per esso: devono mantenersi. Non si deve “prendere” qualcosa di fisso né riversare sostanze nell’ambiente, altrimenti le “risorse” di partenza si esauriranno e i “rifiuti” si accumuleranno, recando ben presto danni intollerabili.

- Non esistono specie “utili”, “nocive” e “innocue”, esiste solo l’equilibrio globale.

- Una forma di “crescita” materiale all’interno della comunità significherebbe la rottura di un equilibrio: si deve evitare.

- Tutto quello che si preleva deve essere utilizzato al massimo e restituito in qualche forma alla Terra. Non si può ingannare il ciclo complessivo della Vita: ogni “vittoria” è illusoria e apparente. Un aumento di qualcosa in qualche momento e in qualche punto, corrisponde a una degradazione in qualche altro punto, o tempo, o attività.

Il modo di funzionare della Natura, cioè per cicli, è l’unico modo in cui può esistere indefinitamente la Vita come complesso.
Non si possono scegliere o rifiutare questi principi, perché non si tratta di stabilire se questo sia bene o male, meglio o peggio, ma di constatare che solo così si può continuare a vivere su tempi lunghi.
Non mettetevi in testa una mentalità “da pionieri”: sarebbe la vostra fine. Il vostro angolo di mondo non è una cosa da conquistare, ma voi siete una parte di esso. Dovete convivere come una parte di un Insieme. Non c’è proprio niente da conquistare, né da modificare: l’ambiente naturale non può essere “migliorato”, potete solo integrarvi meglio in Esso. Non si può migliorare quello che ha impiegato quattro miliardi di anni per divenire ciò che è.
Non dovete temere troppo le “scomodità” anche se, dato che provenite da un modello che aveva eletto il “comfort” a una specie di religione, il passaggio psicologico sarà difficile. Pensate che nelle città dove era massimo il consumo degli oggetti apportatori del cosiddetto benessere, erano massime anche le nevrosi, l’angoscia, le malattie mentali e la delinquenza. Quindi non poteva trattarsi di un vero benessere. Dovrete invece essere sempre in situazione di atteggiamento mentale sereno. Questo è essenziale.
Non c’è bisogno di molto per essere sereni: un po’ di cibo e calore, e un po’ di cultura, ma nel senso più aperto del termine. Il difficile sarà cancellare i miti della civiltà precedente: l’esaltazione dell’ego, la crescita, lo sfruttamento.
Solo con una nuova metafisica potrete sopravvivere culturalmente, ma non è poi tanto nuova: è la metafisica animista-panteista di quasi tutte le culture umane, e tutte hanno vissuto millenni, fino all’arrivo della sopraffazione, fino all’arrivo del fanatismo accrescitivo di questi due secoli. Due secoli contro milioni di anni.
Ricordatevi di non fare contrapposizioni del tipo di quella umanità-natura o umanità-animali (purtroppo tanto comuni oggi): la specie umana è una specie animale, la specie umana è parte integrante della Natura. Si può essere lieti di questo, e ciò non significa affatto il materialismo, anzi significa un profondo senso religioso, il senso di un’appartenenza anche spirituale all’Unità Totale, all’Unica Mente.
Non prendete mai posizioni del tipo di “lotta contro le forze ostili della natura”, perché sono queste le posizioni che hanno causato la catastrofe del modello da cui provenite.

4. - Allenamento
“Staccarsi progressivamente dall’esistenza è l’insegnamento tradizionale dell’India, l’immersione frenetica nel vivere è l’inarrestabile malattia dell’Occidente. Abbiamo esportato dappertutto questo nostro miasma, eccitatore di violenza, spegnitore di sorriso.”
(Guido Ceronetti)

Ora torniamo al tempo presente. Questo breve capitolo è dedicato a qualcosa che potete cominciare a fare subito: un allenamento fisico-spirituale.
Siete qui, in mezzo a un mondo tecnologico e inquinato. Automobili corrono ovunque. Questa è la realtà di oggi. Che fare, per allenarvi, per essere pronti al cambiamento, senza soffrirne inutilmente? Non potete lasciare tutto, anche perché siete parte di quanto vi sta attorno.
Provate a fare qualcosa di diverso, o di normale, ma con atteggiamenti nuovi. Prendete un sacco in spalla e girate per le montagne: le Alpi si prestano bene. Non sarà necessario che saliate su particolari cime; se ne avete voglia, al momento potete anche salire. Da una valle all’altra, dormendo dove capita: rifugi, o baite, o fienili. Ricordate l’atteggiamento: non dovete competere con nessuno e con niente, né arrivare prima né dopo di alcunchè. Non avete alcun tempo da rispettare. Se piove o c’è la nebbia, godetevele: anch’esse hanno la loro magica bellezza. Anche la pioggia ha il suo bello, e le nuvole sono meravigliose.
Il tempo qualche volta è bello, e qualche volta no.
L’atteggiamento mentale deve essere di non-competizione, mai di conquista. Non dovete dimostrare niente a nessuno, neppure a voi stessi; non dovete competere né con il tempo, né con la montagna, né con niente altro. L’esperienza sarà rasserenante, di percezione della Totalità, sentendovi parte della Natura, in posizione di non-contrasto, di non-dualità. Il camminare lento e ritmico della salita concilierà questa integrazione. La respirazione profonda e il ritmo lento vi saranno amici. Non sarà necessario “raccontare”, né “dimostrare” niente. Non preoccupatevi della fatica: niente vi aspetta, niente ha fretta. Il corpo non si affaticherà, se in armonia con il profondo.
Potete sostare quando volete, parlare dell’Essere, o dell’ultima pianticella incontrata. Ma non strappatela, non raccogliete. Potete prendere un fungo, se poi lo mangiate quella sera; o fragole e mirtilli. Altrimenti lasciate stare la Manifestazione, anche voi siete Quella.
Potreste andare anche in pianura, ma in Europa questa possibilità è perduta. Sulle montagne potete ancora. Tenetevi lontani dal fondovalle invaso dalle auto; state lontani il più possibile anche dalle funivie. Potete anche pensare a nulla, o al Nulla. Fermatevi quando volete, dove volete. E’ un’esperienza non di alpinismo, ma soprattutto di integrazione nella Natura alpina.
Non dovete conquistare né dimostrare niente, neanche a voi stessi. Non c’è da lottare con la montagna: non ha senso. L’io deve attenuarsi, non esaltarsi. Solo contemplazione, ritmo, e percezione. Oppure Nulla.
Anche se siete materialista, sarà un’esperienza edificante: vi riposerà. Lasciate a casa l’automobile, scenderete ben lontano da dove siete partiti. Per recarvi alla partenza e per tornare dopo, usate il treno, o le corriere.
Poi vi disintossicherete dall’inquinamento: sulle montagne ci sono gli ultimi posti con aria e acqua pure. Oltretutto, essere abituati a camminare in montagna vi sarà utile, per quando torneranno le comunità alpine.
Meglio se siete in pochi, o un gruppetto, meglio se siete metà e metà, perché altrimenti, nel dialogo, vi mancherebbe l’altra metà del cielo.
Se non siete materialista, vi sentirete maggiormente parte della Mente Universale, della Natura, e questo contribuirà all’allentamento dell’ego. Assaporate il piacere della non-competizione. Se vi salta in mente di salire una cima, non è per conquistarla, ma per integrarvi con una natura di quota maggiore. O per niente, senza nessun altro scopo.
Potreste scoprire che, dopo avere magari provato a fare viaggi in treno, auto, aereo, pullman e nave, il mezzo più bello e completo per passare qualche settimana girando è viaggiare a piedi. E’ il mezzo meno pericoloso e più soddisfacente. Chi seguiva le carovane al passo dello yak o del cammello viveva anche durante il viaggio, senza preoccuparsi della “rapidità”. Cercate di dimenticare la velocità, questo valore così strano della nostra epoca e della nostra civiltà.
Potete fare anche altri tipi di allenamento: imparate a mungere, a fare il burro e il formaggio, a tagliare l’erba per ricavare il fieno. Siate dolci con gli altri animali: fra voi c’è uno scambio reciproco di favori, siete in simbiosi con essi.
Imparate a rispettare tutto il mondo vegetale: non ne potete fare a meno. E vi ricompenserà largamente.
Se vi è più congeniale il mare, passate qualche settimana su un’isoletta, con una barca a remi. Giratela a piedi, imparate a sopravvivere.

5. – Le erbe spontanee e i funghi.
Premesse – Foglie, germogli, licheni – Radici, rizomi, tuberi, bulbi – Fiori, nettare, polline - Frutti, bacche, noci, semi – Piante commestibili – I funghi.

6. – L’orto
Scelta della posizione – Impianto dell’orto – Attrezzi – Lavori di manutenzione – La semina – La costruzione del semenzaio – Il trapianto – La sarchiatura – Coltivazione degli ortaggi e loro consociazioni – Aglio – Asparago – Barbabietola – Bietola – Carciofo – Cardo – Carota – Cavolo – Cetriolo – Cipolla – Fagiolo – Fava – Finocchio – Fragola – Lattuga – Melanzana – Patata – Pisello – Pomodoro – Porro – Radicchio o cicoria – Ravanello – Rapa – Scorzonera – Sedano – Soia – Spinacio – Topinambour – Valeriana – Zucca – Zucchine – I metodi di conservazione.

7. – L’allevamento
Premesse – Mucche – Capre – Pecore – Conigli – Polli.

8. – Le api
Premesse – Metamorfosi – La regina – Le operaie – Il fuco – La vita delle api – L’arnia razionale – L’uso del foglio cereo – La famiglia – La visita alle famiglie – La cattura dello sciame – Il saccheggio – Il raccolto principale.

9. – La pesca. Cenni di autodifesa
La pesca – Cenni di autodifesa.

10. – Lavori di manutenzione
Muri e intonaci – Pavimenti – Porte e finestre – Isolamento termico e dall’umidità – Conclusioni.

11. - L’energia
Premesse – Energia solare – Irraggiamento e insolazione – Conversione in energia termica – Riscaldamento di acqua – Riscaldamento di ambienti – Accumulazione del calore – Minicentrali idroelettriche – Misura della portata – Misura del salto – Piccole dighe – Alternatori – Conclusioni.

12. – La piccola comunità
“E’ la storia di tutta la vita che è santa e buona da raccontare e di noi che la condividiamo con i quadrupedi e gli alati dell’aria e tutte le cose verdi: perché sono tutti figli di una stessa madre e il loro padre è un unico Spirito. Forse che il cielo non è un padre e la terra una madre, e non sono tutte le creature viventi con piedi, con ali e con radici i loro figli?”
(Alce Nero)

Si è parlato del cibo e del calore: cose essenziali per sopravvivere. Per il mangiare, ricordiamo qualcosa sull’alimentazione. Siamo mammiferi dell’ordine dei Primati, cioè scimmie: l’alimentazione più sana è la più simile a quella delle altre scimmie, con poche varianti. Un po’ di tutto, ma soprattutto radici, frutta, verdura, uova, latte, formaggio, burro; poca carne.
Importante poi stare al caldo d’inverno, con la minima fatica. Stabilite principi moralmente sani: niente furti o razzie, altrimenti riceverete altrettanto dalle altre comunità, e non vi salverete. Dopo i primi tempi, si potrà pensare anche a scambi, collegamenti fra le comunità, attraverso gli alti passi, a piedi o con i muli. Questi scambi ci sono stati per secoli: i mezzi di locomozione umani sono rimasti inalterati per migliaia di anni, fino a due o tre secoli fa. Sul mare le vele e i remi sono stati praticamente gli stessi per migliaia di anni, fino al 1700. Cavalli, muli, cammelli e yak erano gli stessi. Molti alti passi alpini erano più frequentati qualche secolo fa di oggi: c’erano più contatti fra le valli che collegamenti con le pianure, troppo pericolosi.
E’ importante che l’estensione e la natura del territorio siano tali da consentire la vita della comunità per un tempo indefinito, senza alterazioni. Il numero di persone deve essere compatibile con questo fatto essenziale.
Per avere un’idea di come si potrà vivere, diamo uno sguardo al passato, a cosa è successo sulle Alpi attraverso i secoli, a come e dove si siano formate le abitazioni, di che tipo e con quali esigenze.
I villaggi e le dimore stagionali dei pastori non sono costruite ovunque. Bisogna evitare i terreni minacciati dalle frane, la vicinanza di corsi d’acqua che possano gonfiarsi troppo allo scioglimento delle nevi, evitare i canaloni delle valanghe e tutti i luoghi dove le valanghe possono scendere.
Oltre ad essere protetta da queste minacce, la posizione deve essere tale da presentare vantaggi per la vita quotidiana: acqua sufficiente nei paraggi, vicinanza del bosco, per la protezione contro le frane e le valanghe, per essere riparati dai venti e per poter disporre di un po’ di legna.
La casa è inoltre situata in modo da rendere possibile l’utilizzazione del terreno: se il foraggio è lontano, meglio tenere fienili sul posto, portandovi eventualmente gli animali. A volte anche le abitazioni possono essere sistemate per soggiorni stagionali, per seguire il pascolo degli animali.
Nelle alte valli, dove a volte i corsi d’acqua scendono a gradini successivi separati da cascate o gole, in genere ogni gradino può essere occupato da un piccolo villaggio. Di solito il versante soleggiato, rivolto a Sud o ad Est, è coltivato e popolato, mentre il versante in ombra, volto a Nord o ad Ovest, è quello del bosco.
I versanti delle valli glaciali sono spesso troppo ripidi: sono favorevoli all’insediamento i contrafforti rocciosi che dominano le vallate, fra le gole tagliate dagli affluenti.
Nelle sedi di alpeggio le abitazioni sono molto semplici: la porta è bassa e si entra in un locale unico, dal pavimento in terra battuta, dove il focolare occupa un posto importante, di fronte alla porta. I mobili sono una tavola, degli sgabelli e una panca, alcuni ripiani per il vasellame e gli utensili in legno.
La stalla è spesso separata solo da una grossa trave orizzontale, e i pastori dormono in un soppalco sopra gli animali.
La coabitazione col bestiame risolve il problema del riscaldamento, ed un tempo era molto diffusa in montagna. Le dimore furono poi migliorate, separando la camera dalla cucina, dotata di una stufa a legna. Comunque l’uso di mantenere la stalla al piano inferiore dell’abitazione è continuato sempre ed è veramente utile per il riscaldamento.
Vi sono poi i ripari più semplici, che possono divenire utilissimi in condizioni di emergenza, e che sono sorprendentemente simili in tutte le località di montagna, sia sulle Alpi che sulle montagne dell’Asia Centrale. Negli alti pascoli di quasi tutte le Alpi, gruppi di capanne di legno o di pietra a secco servono da riparo a persone e animali: spesso hanno resistito centinaia di anni. Tendono poco a poco ad essere sostituite da una stalla allungata con al piano superiore o ad una estremità un’abitazione separata per i pastori.
L’agricoltura dei villaggi più elevati è piuttosto difficile per la brevità del periodo favorevole, per le basse temperature e per il rilievo accidentato.
Per vivere in condizioni di autosufficienza, ci si deve sforzare di praticare tutti i tipi di colture possibili, anche se le rese sono minori che in pianura. Comunque la coltura della patata è una buona assicurazione contro la fame. Ma è necessario ripristinare tante altre coltivazioni possibili, che sono scomparse dalla montagna solo per la facilità dei trasporti dalla pianura. Ma dovranno ritornare: si sono date alcune indicazioni nel capitolo sull’orto; molte di quelle coltivazioni sono possibili, a seconda delle diverse altitudini.
Si sono ottenuti raccolti di segale e grano anche in montagna, magari seminando in estate e raccogliendo solo l’anno seguente, cioè con un raccolto ogni due anni. In qualche caso, si spande della terra sulla neve che tarda a fondere e si semina lì sopra per anticipare la stagione. A volte si installano degli essiccatoi, isolati e coperti, dove i cereali finiscono di maturare. L’irrigazione con piccoli ma lunghi canaletti può riuscire assai utile. Qualche muro di pietra a secco può attenuare la pendenza e frenare l’erosione. La montagna è adatta soprattutto all’allevamento e alla pastorizia; tuttavia, per mantenere condizioni di autosufficienza e variabilità, è necessaria anche l’agricoltura tradizionale, cioè le coltivazioni.
Bisogna fare attenzione che il pascolo non sia troppo intensivo e non porti a una degradazione del terreno; se c’è questo pericolo, occorre provvedere ad un pascolo a rotazione, con riposo periodico del terreno durante i mesi di vegetazione.
Ricordiamo ancora la funzione essenziale del bosco; dove c’è il bosco la valanga non si scatena: solo eventi eccezionali possono superare la cintura protettiva della foresta alpina. Poi il bosco fissa il suolo. I meriti della foresta di montagna sono universalmente noti. Il bosco va amministrato con molto discernimento: gli eventuali tagli devono essere tali da lasciare inalterato il complesso boschivo.

13. – La sopravvivenza psicologica e culturale
“La principale caratteristica psicologica degli europei è la smisurata tendenza agli scatti di attività, sovente accompagnati da un regresso. Tutta la storia delle civiltà europidi è una storia di periodi brillanti e fortemente espansivi, accanto a periodi di netto regresso. Un’altra caratteristica un po’ negativa, è l’invadenza e l’intransigenza. Praticamente solo in Europa si ha il fenomeno di gente che si ritiene superiore ad ogni altra, che elabora sistemi di pensiero e di vita che sono gli ‘unici veri’ e gli ‘unici giusti’”. (Ugo Plez, La preistoria che vive)

Già si sono fatti diversi cenni sul fatto che non si deve pensare alla sopravvivenza come un breve periodo di abbrutimento in cui si pensa solo a mangiare e dormire. Nessuno dei cosiddetti “selvaggi” ha un simile comportamento. Anzi, la maggior parte del tempo di questi modelli culturali è dedicato all’aspetto “magico”, o spirituale, della vita. Non sgobbano affatto tutto il giorno per procurarsi il cibo, come ci raccontavano a scuola.
Solo l’immensa superbia della cultura europea ha fatto sì che si autoproclamasse l’unica “civiltà” e gli altri tutti minorati. Ma la vita spirituale di quelle comunità è sempre stata molto intensa.
Dovete cercare di salvare molti libri, e appena passati i primi periodi, organizzare dei corsi, delle specie di scuole in cui tutti si scambiano le idee e le esperienze, di pensiero e di conoscenze pratiche. Organizzate corsi permanenti, salvate quanti più libri potete, se possibile di diversi modelli culturali, anche quelli orientali e quelli che riportano il pensiero dei modelli animisti-panteisti, asiatici, amerindiani, oceaniani. Tenete presente quali sono stati i mali dell’Occidente, che l’hanno portato alla fine, quali i principi che non si possono ignorare.
Salvate il Vangelo, le Upanishad, i Sutra buddhisti, se riuscite qualche libro di Alan Watts, Il Signore degli Anelli di Tolkien, qualche testo di matematica, fisica e scienze naturali. Magari non dimenticate questo manuale, e altri analoghi.
Saranno preziosi gli scambi fra chi conosce e chi sa fare: tutti devono dedicarsi a entrambi gli aspetti. I pastori saranno preziosi quanto le persone cosiddette colte. Le scuole saranno per bambini e per adulti, permanenti; allievi e insegnanti potranno benissimo scambiarsi i ruoli.
Non dovete abbrutirvi a una pura sopravvivenza materiale, perché non reggerebbe e degenererebbe ben presto.
Attenzione a non perpetuare l’errore biblico, l’errore antropocentrico, che tanti guai ha provocato nel mondo. Non ci potranno mai essere atteggiamenti di “lotta contro le forze della natura”, perché ci si troverebbe come le cellule che lottano contro il corpo cui appartengono.
Si tenga sempre presente la Parità: la concezione globale comporta la sostanziale parità fra tutte le manifestazioni del Principio Vitale, fra tutti gli esseri viventi. Non ci possono essere lotte o contrasti fra le parti componenti un’Unica Realtà.
La parità fra i sessi deve essere evidente. Alternarsi in tutto deve essere una cosa spontanea e ovvia: a scuola, nel lavoro, nelle case, sempre alla pari, sempre alternati. Qualunque associazione, riunione, consiglio, di qualsiasi natura, deve contenere persone dei due sessi in numero circa uguale. Per evidenti motivi statistici: non c’è alcun motivo perché avvenga diversamente.
Così non si esclude nessuno da quella parità totale di partecipazione e di attività da cui tante culture hanno cercato di escludere il sesso femminile, relegando le donne in ruoli secondari. Anche i concetti di “secondario” e di “primario” devono sparire.
Non dimentichiamo poi la fine che sta per fare il mondo guidato praticamente solo dai maschi: una catastrofe, un fallimento. Almeno l’apporto decisionale determinante del sesso femminile forse poteva salvare la situazione. La donna è molto meno inquinata dalla manìa economicista-tecnicista propria della civiltà industriale, appunto perché è stata finora tenuta emarginata dal sistema.
Non si scambino per verità quelli che sono solo schemi mentali propri di un modello: i difensori di posizioni “tradizionali” sosterrebbero con lo stesso vigore le posizioni opposte se si fossero trovati in una società che le sosteneva. Unica soluzione equa è la parità totale, con turni di tutte le attività, sociali, casalinghe, decisionali, lavorative. L’impegno biologico femminile per motivi di gravidanza e allattamento, supponendo una vita media attiva di 40-50 anni e un numero di due figli, per evidenti motivi di mantenimento della condizione stazionaria, è circa del 5% del tempo totale, e quindi tranquillamente trascurabile.
I “compiti diversi” sono stati un pretesto di questo modello per tenere le donne in posizione subordinata. I vari compiti vanno eseguiti alla pari in tutto, semplicemente perché non c’è alcun motivo perché non lo sia. Alla vita della comunità devono partecipare tutti in ugual misura, così anche a tenere puliti e in ordine gli ambienti e a far da mangiare. Perfino la maggior parte delle specie di uccelli si alternano rigorosamente sul nido, nella cura dei piccoli e nel procacciare il cibo.
Se nella comunità non devono manifestarsi dualismo, competizione, litigio, non deve manifestarsi neppure il concetto di proprietà. Esso non è un “istinto” proprio della natura umana, tanto è vero che forse esistono lingue in cui non si possono esprimere i concetti di mio-tuo-suo e popoli che non sono in grado di comprenderne il significato (Boscimani e Ottentotti?). Naturalmente sono stati etichettati come “estremamente primitivi”: sono comunque in grado di esprimere concetti di difficile comprensione per una mente europea, come quello di fare scarsa distinzione fra “sé stessi” e “l’ambiente naturale esterno”.
La migliore soluzione al problema della proprietà è data ancora dalla risposta di Nuvola Rossa agli invasori europei che volevano “comprare” la parte migliore del territorio Lakota: “La terra è del Grande Spirito. Non si può vendere né comprare.” Naturalmente i bianchi se la presero con le armi.
Si può vivere benissimo senza i concetti di proprietà e di padrone. Come pure sarà bene lasciar perdere il concetto di specializzazione, e il concetto di chi serve e chi è servito. Sono tutti schemi mentali di questo modello.
Non deve esistere alcun “rango”. Nessun primato, nessuna gara: e si vivrà più tranquilli e sereni, senza la nevrosi del “successo”, la sopraffazione sugli altri, sull’ambiente, sulla Natura, come se fosse qualcosa di separato, da conquistare. Ma sapete che non lo è. E senza la manìa della “produzione”.
Che non si formi la distinzione, il dualismo fra “credenti” e “atei” perché non ha alcun significato, era solo un artificio della cultura occidentale, dove si era creata anche l’assurda mentalità della “religione vera” e delle “religioni false”.
Niente “titoli” né alcun altro simbolo o segno di distinzione o di élite: sarebbero l’inizio di una spirale senza speranza.
Niente “potere”: la ricerca del potere è solo la rabbiosa consolazione di chi non ha niente di meglio, cioè non ha la serenità d’animo. Chi aspira al potere e alla ricchezza, a “essere di più”, all’esaltazione dell’io, cerca in realtà un surrogato alla serenità che gli manca. Deve essere generale l’atteggiamento di rispetto e di non-violenza, anche verbale. (*)
Ricordatevi l’atteggiamento di non-competizione, non-litigio, non siete in competizione con la natura, ma siete una parte di Essa. Non dovete conquistare niente. E’ dalle idee di competizione e conquista che è venuta la catastrofe della civiltà da cui provenite. Si può vivere benissimo senza i concetti di più-di meno, superiore-inferiore, ecc.
Occorre avere sempre un atteggiamento di non-dualismo, non-contrasto, non-litigio. Non si devono riformare l’antagonismo e la competizione. Non deve ricomparire l’ambizione.
Ci si fermerà molto più spesso ad ammirare un fiore o un albero, a guardare la luna e le stelle, ad osservare il volo degli uccelli, a pensare. Intenti a ricercare il successo, impegnati per avere, per ottenere qualcosa, tesi nella competizione, ci eravamo dimenticati di vivere, ne avevamo perso completamente il gusto.
Per chi ce la farà, la catastrofe del sistema non sarà certamente il peggiore dei guai. Si potrà finalmente vivere con la meravigliosa sensazione di non dover essere al centro di niente, di fare parte della Natura e basta.
Quando arriverà la notizia che un’altra grande città è stata cancellata dalla faccia della Terra, o che è preda del disordine e della morte, pensate che è l’Organismo Totale che si difende, è la Natura che reagisce al suo male. Alcuni diranno che Dio punisce gli umani per i loro “peccati”, altri tireranno fuori tutti i motivi possibili, economici, politici e sociali. Ma ormai non poteva non succedere: in fondo dire che la Natura si difende, o Dio punisce, non fa una grande differenza, se non di linguaggio. La non-conformità alle leggi della Natura è stata la “colpa” da cui si è difesa, e quindi la cosiddetta “punizione”.
Se vi capitasse di sentirvi tristi per essere andati “così indietro”, rideteci sopra: i concetti di “civiltà”, “civilizzazione”, “progresso”, e simili, sono stati solo artifici del modello da cui provenite per autonominarsi superiore. Non esiste alcun modello “più civile”, esistono solo diversi modelli culturali umani da confrontare su un piano di parità. La vostra difficoltà è quella di dover vivere due modelli diversi nella stessa vita e dover cambiare modello culturale a metà dell’esistenza, ma non c’è alcun “regresso”. Il metro economico di valutazione è stato solo una sopraffazione del precedente modello per fagocitare e distruggere gli altri. Ma ora sta pagando il conto.
La quantità di oggetti, indice di valore della civiltà industriale, non ha mai fatto felice nessuno.
La parte di vita che vi resta nella comunità di sopravvissuti potrebbe essere molto più serena di quella da cui provenite, di quella delle città, che ora sta semplicemente rendendo conto di quanto ha fatto verso la Vita.
Quindi tranquillizzatevi, riprendete a lavorare serenamente, senza “sforzi”, senza “mete”, senza spasmodico fanatismo, finalmente senza preoccuparvi di essere di più, di dover fare aumentare qualcosa, sia esso il conto in banca o il prodotto nazionale lordo, né di dover superare o confrontarvi con altri, con fantomatici “concorrenti”.
Nessuno è mai scoppiato di felicità per essere importante, famoso, o per avere raggiunto il “successo”. Anzi ben pochi possono condurre una vita serena in queste condizioni. Non siete al centro proprio di niente, ma questo è motivo di lieta serenità, non di tormento. Siete un essere vivente che compone un Tutto insieme agli altri esseri viventi. Non va ripetuto l’errore biblico: niente è al vostro servizio e voi non siete al servizio di nulla.
La comunità non dovrà essere regolata da alcun particolare tabù, il che equivale a dire che sarà basata sul principio della parità totale, la Grande Parità. In sostanza, fra tutte le manifestazioni del Principio Vitale.
Le “civiltà” sono solo una serie di usi, costumi e schemi mentali che fa chiamare “primitivo” o “sottosviluppato” chi ha usi diversi.

(*) Questo sembrerà impossibile a molti lettori, ma è solo perché siamo terribilmente immersi nella mentalità dell’Occidente. Invece il nostro concetto di autorità non è indiscutibile. Si riportano, come esempio, alcuni brani tratti da un articolo di Walter B. Miller dal titolo Due concetti di autorità:
“Quando i mercanti europei di pellicce, i soldati ed i missionari cominciarono a trasferirsi circa nel 1650 verso l’interno della regione dei Grandi Laghi trovarono un gruppo di tribù algonchiniane del centro…questi stessi Europei furono colpiti da ciò che parve loro essere un fenomeno quanto mai rimarchevole. Gli Algonchini del centro sembravano compiere le loro attività di sussistenza, religiose, amministrative e militari in virtuale assenza di qualsiasi forma di autorità…uno dei primi europei che ebbero contatto con le tribù centrali fu Nicholas Pierrot, un mercante di pellicce francese e coureur de bois. Egli registrò queste impressioni circa nel 1680: la subordinazione non è la regola di condotta tra questi selvaggi; il selvaggio non sa che cosa vuol dire ubbidire…è più producente pregarlo che comandarlo…il padre non si azzarda ad esercitare l’autorità su suo figlio, né il capo osa dare ordini ai suoi soldati…se qualcuno si impunta su qualche movimento proposto, è necessario convincerlo per dissuaderlo, altrimenti manterrà il suo stato di opposizione…”.
Si ricorda che la parola “selvaggi” è usata solo per riportare esattamente la nota di tre secoli fa. E’ evidente che non esistono “selvaggi” e che la civiltà occidentale non ha alcun motivo di superiorità nei confronti degli indiani d’America, o di nessun altro modello, se non la forza bruta delle armi.

14. - Conclusioni
“La visione ideologica che ci fa credere unici e diversi cioè inconfondibili e migliori di tutti gli altri esseri viventi sul pianeta, è solo un curioso delirio di grandezza” (Fabio Ceccarelli)

“Forse bisogna cercare nella natura, attorno a noi, la spiegazione del destino dell’Occidente e anche i presagi per il nostro avvenire.
I lemmings sono piccoli roditori del Nord-Europa e dell’Asia simili ai nostri topi campagnoli. In determinati periodi essi abbandonano le Alpi della Scandinavia in gruppi numerosi, come guidati da un misterioso suonatore di flauto, e si dirigono verso il Mare del Nord o il Golfo di Botnia. Lungo questo tragitto, che è il loro senso della storia, essi subiscono gli attacchi dei carnivori o degli uccelli predatori che li distruggono a migliaia. Malgrado tutto, essi proseguono la loro strada e, raggiunta la meta, si gettano nel mare e vi annegano.
Le cavallette hanno anch’esse un simile senso della storia. Molte specie, tra cui la Locusta migratoria, vivono nella natura senza commettere danni: gli individui sono solitari e sparsi. A un determinato momento, per una ragione ancora sconosciuta, queste specie pullulano; le giovani cavallette che nascono e crescono in popolazioni fitte hanno colore e forma diverse: sono più grandi e di colore più chiaro, spesso di un bel verde.
I naturalisti ne hanno fatto una specie diversa: la Locusta gregaria. Esse si riuniscono in gruppi numerosi e, quando sono adulte, se ne volano tutte assieme, costituendo quelle nuvole di cavallette che i contadini del Mediterraneo temono moltissimo: esse avanzano a balzi enormi, nella stessa direzione inesorabile per molti giorni. Possono devastare ogni vegetazione in poche ore, o abbattersi su una steppa per marcirvi in mucchi al sole oppure precipitarsi a nugoli nel mare.
Che cosa potrebbero dire i lemmings se potessero scrivere la storia di una delle loro migrazioni? “Siamo in marcia verso un felice domani, la nostra nazione fortemente strutturata cresce di ora in ora, e nonostante vari attacchi, progrediamo nella stessa direzione, conservando la nostra organizzazione che, sola, permette all’individuo di marciare verso quel progresso che intravediamo già, tutto azzurro, ai piedi delle montagne”.
Le cavallette intonerebbero un canto di trionfo: “Noi procediamo in avanti. L’universo potrà nutrirci per un secolo, poichè siamo in via verso la ‘planetizzazione’ della nostra specie”.
La storia ha un senso per le cavallette, per i lemmings e per la civiltà occidentale: essa sfocia in un suicidio collettivo, prima della ‘planetizzazione’ di una specie. Ogni individuo vede però in questo slancio ultimo una marcia verso una situazione migliore. Più i lemmings si allontanano dal punto di partenza, dicono i naturalisti, più sono eccitati; nulla li può fermare: davanti a un ostacolo sibilano e digrignano i denti per la collera.
Anche noi, ben lontani ormai dalle nostre origini, sentiamo profondamente che nulla deve intralciare la nostra marcia verso ciò che chiamiamo il Progresso.”

Queste righe sono riportate integralmente da un libro del noto antropologo francese Servier (Jean Servier, L’uomo e l’Invisibile, Ed. Rusconi, 1973- il testo in francese è del 1967).
Ma non tutti i lemmings finiscono in fondo al fiordo: alcuni restano in testa alla valle, altri, che sono ai margini della migrazione folle, ne escono in tempo e si acquattano salvandosi la pelle. Anche delle locuste, molte sopravvivono.
Abbiamo altri esempi di studiosi che hanno ben compreso quanta superbia sia insita nella cultura occidentale, fra cui Claude Levy-Strauss, accademico di Francia, e Marcel Griaule.
Ma nessuno dà ascolto a questi antropologi o ad altri rari scienziati, che sono spesso considerati studiosi da lasciare in pace, “specialisti” che non devono avere influenza sul pensiero corrente. Solo i tecnocrati e gli economisti si considerano i portavoce della verità.
Così la civiltà industriale va allegramente verso il suo destino.
Cambiare totalmente modello culturale a metà della vita non è facile. Anzi, è difficilissimo. Troppi sono i condizionamenti cui siamo stati sottoposti: il mito del progresso, del benessere, degli oggetti, della competizione. Soprattutto lo squallido, ma continuo e inesorabile invito ai consumi che ci ha perseguitato. Tanto da credere molte idee come ovvie, come “bisogni naturali della specie umana”. Ma non lo sono. L’umanità è vissuta tre milioni di anni senza questi miti, questi tabù. Si tratta solo di schemi mentali, non di tendenze ovvie e inarrestabili. Il concetto di “tenore di vita” serve solo a far lavorare le fabbriche.
Liberiamoci dalla terribile barriera del condizionamento. Solo così potremo avere qualche speranza di sopravvivere, senza dover necessariamente entrare in una competizione di violenza e di morte. L’impero dei consumi ha gli anni contati: è ormai vicino ai limiti naturali della Terra.
Bisogna liberarsene, che lo vogliamo oppure no. Torniamo dove avremmo dovuto sempre restare, nell’abbraccio della Natura: e tenteremo di sopravvivere. La sopravvivenza psicologica, la percezione di queste realtà, dei motivi per cui la civiltà industriale sempre-crescente va verso il suo immancabile destino è necessaria quanto la capacità di cavarsela procurandosi cibo e calore.
E non possiamo vivere senza una metafisica, una convinzione globale. Per questo si è accennato, oltre che a una sopravvivenza fatta di cibo e calore, anche a qualcosa che ci tenga in vita spiritualmente. Ma non devono sorgere “padroni spirituali” o organizzazioni similari, o depositari della verità. Non servono fanatici, ognuno può avere la sua metafisica; oppure no, ma senza costrizioni, o violenze psicologiche, o imposizioni occulte, o minacce di “punizioni” in questa o in un’altra vita.
Il cerchio si chiude, l’antica simbologia della Ruota ritorna. L’umanità, dopo avere constatato a caro prezzo l’impossibilità di sopraffare il resto del mondo, dovrà tornare a vivere nella Natura. Una specie animale, senza poter più chiamare “primitivo” alcun modo di vivere. Sarà un equilibrio non automatico, ma consapevole. L’umanità deve tornare a vivere per quello che è, cioè Natura. Ora è staccata, perduta, angosciata, perché nella posizione opposta.
Facciamo parte, assieme a tutti gli altri esseri viventi, di un’Unica Entità, di cui la Natura è la Manifestazione. La via verso la serenità è la consapevolezza di questo, cioè la progressiva attenuazione dell’ego, individuale e collettivo: la fine dello stato di “egoità”.

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Forse avete comprato questo libro pensando di trovarvi notizie utili a sopravvivere dopo un naufragio o un incidente aereo, fino all’arrivo dei “soccorsi”. Sarete rimasti sorpresi o delusi, o forse piacevolmente meravigliati. Da quella che avete finora chiamato “civiltà” non potrà arrivarvi alcun soccorso: quando sarà accaduto l’inevitabile, dai resti sbandati di quella che era stata la civiltà industriale potranno venirvi solo violenza o morte.
Ma si è voluto ricordare che non ci sono soltanto la violenza e le armi, come consigliano i “survivalisti” USA secondo il loro classico stile, ma che si potrà sopravvivere anche in clima di accettazione e di non-violenza. L’umanità potrà vivere in molti modi diversi, purché il suo stato sia l’Equilibrio, la sua guida sia la Natura ed il suo scopo la Conoscenza. Occorre però saper affrontare il periodo di transizione, il periodo dello sfascio. E non sarà facile. Spero che questo manuale vi abbia fatto intravedere questa possibilità.

(Guido Dalla Casa, anno 1982)

tratto da:
Guido Dalla Casa, GUIDA ALLA SOPRAVVIVENZA
Imparare ad essere autosufficienti alle soglie del crollo della civiltà tecnologica
Ed. MEB - 175 pagine-24 ill.
ISBN 88-7669-133-2
(Ediz. 1983, 1986,1988,1989,1996)
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